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Rassegna stampa 1 dei quotidiani locali ![]() << L’abusivo >> di Antonio Franchini ( Marsilio editore) UN DELITTO TUTTO ITALIANO La storia di Giancarlo Siani ucciso dalla camorra nell’85 Questa sera alle h 20.45 al teatro Sancarlino di corso Matteotti viene presentato il libro “L’abusivo” di Antonio Franchini. Con l’autore converserannoManlio Dilani presidente dell’associazione familiari delle vittime di piazza Loggia e Umberto Santino presidente del Centro di documentazione “Giuseppe Impastato”.Armando Leopaldo leggerà alcuni passi del libro. L’incontro è organizzato da La Piramide con la collaborazione della Fondazione Carialo e con il patrocinio degli Assessorati alla cultura di Comune e Provincia Un delitto italiano, uno dei tanti crimini misteriosi e indigesti della nostra storia. La sera del 23 settembre 1985 i killer della camorra freddarono Giancarlo Siani, un giovane cronista del quotidiano “Il Mattino” di Napoli. Sul terreno gli attentatori lasciarono molti mozziconi di sigarette, a riprova che avevano fatto una lunga e pervicace posta. L’unico presunto testimone oculare non riuscì a fornire informazioni probanti. Il delitto sembrava destinato ad essere archiviato, inghiottito dalle sabbie mobili di una giustizia dai tempi geologici, finchè la verità cominciò ad affacciarsi per vie traverse. Dopo i rallentamenti, i muri di omertà, le false piste e gli inghippi vari, quando alla speranza di far luce incominciava a subentrare la rassegnazione, spuntò dalle tenebre un pentito. Il “caso Siani” è una vicenda giudiziaria travagliata, ma oggi conclusa; esecutori e mandanti dell’assassinio sono stati condannati in cassazione. Su tutta questa storia pesa comunque l’ombra lunga di intrigo intessuto perfidamente da destino e fato. Chi era Giancarlo Siani? Un ventenne idealista e coraggioso che aveva il giornalismo nel sangue, che credeva nella forza della ragione e della denuncia dell’informazione. In altre parole-e qui è già l’altra faccia inquietante della medaglia- era un “abusivo”, che aveva solo un contratto di collaborazione con il suo quotidiano: poteva sedersi ad un tavolo della redazione, usare il telefono, ma non era stato ancora assunto, perché in questo mestiere la gavetta è fatta di precariato, di lavoro nero. Fisicamente presente, attivo e stimato, giuridicamente un fantasma.Quello del giornalista è prima una missione, poi diventa un lavoro. Insomma, uno-come tanti purtroppo-che sfangava sodo, che entrava dentro la notizia, che si occupava di cronaca in un territorio ad alto rischio, che sapeva verità scomode e fatali. La sua “colpa”pare fosse quella di aver ventilato, in un articolo, l’ipotesi del tradimento di una famiglia camorrista. A sedici anni, circa, dalla sua morte, Antonio Franchini, che con Siani ha condiviso idee, passioni e la stessa condizione di precario in ambito giornalistico (carriera poi abbandonata per abbracciare quella di scrittore e di editor), ricostruisce questa storia che appartiene al suo vissuto, al suo retroterra culturale, alla sua memoria.Non è una biografia, né un’inchiesta né tanto meno un thriller o un “coccodrillo” sotto forma di reportage. Giancarlo Siani è incombente, ma fuori testo, fa da filigrana, ma della sua tragica esistenza viene restituito l’indotto, il contesto, l’affresco epocale di una generazione con i suoi slanci vitali e la sua autenticità. Si parla si di Siani, ma si vede il suo specchio, il paesaggio con figure che gli stava attorno e gli è sopravvissuto. “L’abusivo” è un romanzo (volete un parere personale? è uno dei più bei romanzi italiani degli ultimi anni) che utilizza una congerie di materiali , alcuni dei quali apparentemente senza filtro letterario, ma la regia della scrittura, l’impianto narrativo sono letterariamente consapevoli e raffinati: ci troviamo davanti a un magma fatto di testimonianze di amici, di colleghi, di politici, di testimonianze innestate con riflessioni amare, con microsaggi sulla camorra, con sequenze di teatro eduardiano e con presepini napoletani familiari dal sapore grottesco .Ne vengono fuori una Napoli anni 80 con le sue miserie e nobiltà e poi una generazione che vent’anni dopo si ripensa a vent’anni, con melanconia e distacco. Nessun luogo comune, però, perché lo sguardo è lucido, viviseziona gli affetti più cari e anche le piccinerie corporative di una professione , quella del giornalista, che metabolizza in fretta fervori e disincanti. Il tutto nello scenario di Napoli, metropoli mediterranea di alta civiltà, ma con alcune sacche di cuore barbaro. Il libro è affascinante, coniuga l’impegno civile e la sapienza narrativa. Antonio Fvranchini, che comunque non è un esordiente, sarà d’ora in poi segnalato e letto a vista. NINO DOLFO Da Bresciaoggi di giovedì 28 marzo 2002
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