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Rassegna 5 stampa ![]() Da Bresciaoggi del 23 maggio 2002 Oggi la presentazione di "Sole bruciato ", il libro di Elvira Dones Dalla miseria e la follia di Laggiu' al paradiso artificiale di Quassu' Questa sera alle 20.45 nella sala dell’Hotel Ambasciatori di via Crocifissa di Rosa, la scrittrice albanese Elvira Dones presenterà il suo libro “Sole bruciato”(Feltrinelli,euro 15,39). La serata, organizzata dall’Associazione “La Piramide” in collaborazione con la Caripl,o e con il patrocinio di Comune e Provincia di Brescia, sarà corredata dalle letture di Laura Mantovi e Armando Leopaldo e dalle musiche di Dario Covucci.Coordinamento di Ramona Parenzan . Introduce la scrittrice e saggista Nicole Janigro. L’inferno è vicino e brucia insieme a noi. E’ un orrido da brivido quello che ci presenta Elvira Dones, quarantenne scrittrice albanese che ha il coraggio di guardare in faccia i demoni del quotidiano e della Storia venuti ad abitare nell’aria serena dell’Ovest. All’asprezza della realtà non si può fare lo sconto, e lei non ne fa, integerrima e intransigente come un funzionario d’altri tempi, che alla religione del vero ha giurato fedeltà e informato il suo senso del dovere. La purezza del cuore, che osserva e denuncia, è come la scienza, esige un metodo. “A me interessa – ha detto- il male, lo stato brado del dolore e della morte, la possibilità di penetrare e descrivere la ragnatela psicologica degli sfruttatori e delle vittime, quel filo sottile che corre tra la fine della prevaricazione e l’inizio della sottomissione”. E così sia, mai un manifesto della poetica fu più esplicito. “Sole bruciato” è un romanzo corale che ha come scenari due teatri attigui e collusi, comunicanti: un Laggiù (Albania), paese devastato dalla miseria e dalla follia di una politica liberticida durata un cinquantennio, e un Quassù (Italia e non solo), paradiso artificiale anestetizzato dal consumismo di mercato e dall’ignavia di massa. Da una parte il sottosviluppo di un medioevo sprofondato in un buco nero del tempo, dall’altra il benessere dopato della moderna civiltà catodica. Protagoniste un gruppo di donne che hanno al colpa di essere belle e formose e l’aggravante di conservare l’orgoglio e la dignità anche quando sono costrette a fare le prostitute. Sequestrate, raggirate magari dagli stessi fidanzati, annientate nella loro identità, intimidite con ogni genere di violenza , queste donne sono state ridotte a schiave, a carne da marciapiede, a bestie da soma per il mestiere più antico del mondo, condannate dai loro protettori ad una bolgia che non prevede redenzione. Psicologicamente morte, biologicamente vive. La voce narrante, quella di Leila, ci giunge da una bara, un flash-back post mortem, e risuona come un spiffero gelido e sinistro nella nostra coscienza. Leila sognava di fare la stilista e si è trovata invece a vivere l’umiliazione di una vita infame. Attorno a lei, tante altre donne, donne-bambine, risucchiate dalla medesima spirale malavitosa. Hanno lasciato alle spalle un paese allo sbando, le cui gabbie si sono aperte lasciando fuggire delle belve invelenite dalla lunga cattività, per ritrovarsi ancor di più prigioniere di un lavoro coatto dentro la presunta democrazia dell’Occidente.E gli uomini? Gli uomini che amministrano queste donne, che commerciano i destini, sono nuovi barbari, criminali arrampicatori prodotti di una cultura maschilista, una cultura che si avvale di omertà e di coperture, in patria e altrove. Questi uomini non sono alieni. Il fatto che qui , nel paese ospitante, poi vivano come topi nel formaggio, vuol dire che hanno trovato un ambiente congeniale.Non si creda però che il romanzo sia manicheo. La Dones conosce i chiaroscuri, non divide ogni cosa con un taglio netto. Descrive la crudeltà del grado zero del sesso, dà voce lirica al dolore, mette a fuoco lo stupore inerte dei clienti, smaschera i cavilli della nostra legge, in operativa come una grida manzoniana. Le sue pagine che ci parlano della Città (Tirana?)che custodisce i pazzi sogni dei suoi abitanti, sono inquietanti e aleggiano come un incubo per l’Occidente. Un romanzo indigesto allo stomaco ma salutare per il pensiero. Nino Dolfo |