Giovedì 10 Aprile 2003

 

 

Lidia Ravera all’Hotel Ambasciatori

Per la generazione dei sessantottini «La festa è finita»

 

 

 

 

 


Questa sera alle 20.45 presso la sala convegni dell'Hotel Ambasciatori, nell'ambito del ciclo «L'Io plurale» organizzato dall'Associazione La Piramide, Lidia Ravera presenterà il suo libro «La festa è finita». Intervengono anche il sindaco Paolo Corsini, Camilla Bergamaschi e Roberto Andrea Lorenzi. Ingresso libero.

Lidia Ravera è una scrittrice che non manca all'appuntamento con il bilancio della propria generazione, sia perché bisogna sempre fare i conti con il proprio passato, sia perché prima o poi bisogna pure fermarsi, recuperare il gusto della lentezza, guardarsi dentro e fuori. La generazione della Ravera è quella del '68, anno di volta e nodo gordiano di una storia forse lontana ma sempre incombente: a proposito, fu una rivoluzione fallita oppure una tappa nel cammino delle società occidentali? Non è facile rispondere, tuttavia quel che è chiaro è chi ha vissuto quegli anni è rimasto segnato per sempre. Dopo di allora gli anni si sono sedimentati formando una «massa molle» di giorni senza cadenza.
«La festa è finita» (Mondatori, euro 15,80) è un romanzo in cui il passato è ancora aperto, irretito dal presente con il filo della memoria. Non potrebbe essere diversamente. Protagonisti sono dei cinquantenni con il loro carico di ruggini, di inadempienze e rancori. Carlo Ronchi è il rampollo d'agiata borghesia che ha vissuto la sua epica stagione da «compagno» prima di diventare un famoso direttore d'orchestra ed andare a risiedere in America. Alexandra Berthollet, anche lei ex-militante, è invece un ex-maestra d'asilo, baby pensionata, che ora si dedica al volontariato, assistendo gli anziani. Alexandra è una donna che si è «astratta», che si è pietrificata, quasi rifiutandosi di vivere, lontano dalla mondanità delle opere e dei giorni. Infine Angelo Cugno, l'operaio del Sud che ha vissuto in prima fila gli anni caldi alla Fiat di Torino fino al licenziamento, l'unico che non voltato pagina né ha cambiato utopia. L'unico la cui intransigenza si è riversata in rabbia.
Carlo, Alexandra e Angelo sono stati compagni di strada, hanno condiviso le battaglie politiche, hanno intrecciato sesso e sentimenti finchè la vita gli ha divisi e allontanati, trasformandoli in reduci e profughi di se stessi. L'amara verità la rivela ad un certo punto Carlo, quando dice: «Ci vuole il potere per imporre l'eguaglianza, ma il fatto che qualcuno detenga il potere annulla l'eguaglianza». Ed è sempre Carlo che nell'accorata omelia funebre per Angelo, la vittima predestinata ad una tragedia pietosa e patetica, il passionario puro quanto violento, pronuncia parole che sono il sugo della storia: «Non gli piaceva il vino, ma l'ubriachezza. Non il cibo, ma la fame. La rivoluzione perché è destinata a fallire, la ribellione perché può essere infinita».
La Ravera, con la sua prosa matura e intensa, affronta un grumo del nostro passato, mettendo a fuoco miserie e nobiltà. Il suo romanzo è un foto di gruppo, un sinfonico requiem sul tradimento e sul declino di una rivoluzione culturale e politica. Senza indulgenza, anzi con un pizzico di cattiveria, come si legge nel personaggio della figlia di un ex leader che, per la legge del contrappasso, è diventata commissario di polizia. La festa è finita, ma purtroppo non sono finiti i motivi che avevano innescato la contestazione