Domani nel salone Vanvitelliano Carmen Covito presenta il nuovo romanzo «La rossa e il nero», ambientato in una zona archeologica siriana

Un’avventura tra gli scavi

 

 

 

 

 


Per il ciclo di incontri "L'io plurale" organizzato dall'Associazione La Piramide, domani pomeriggio alle17.30, nel salone Vanvitelliano di palazzo Loggia, Carmen Covito presenterà il suo ultimo libro "La rossa e il nero". Condurrà la conversazione Fulvia Scarduelli.

«In fondo l'archeologia - confessa Carmen Covito - l'ho sempre avuta nel sangue, nel mio Dna. Non per niente sono nata vicino a Pompei. Da tempo avevo in mente di scrivere un romanzo che riguardasse l'archeologia, ma dovevo equipaggiarmi, acquisire competenza in materia. Nel 1998 sono entrata in contatto con il professor Frederick Mario Fales, per pura fortuna, e sono riuscita a convincerlo ad ospitarmi in Siria, a Tell Shiouk Fawqani, dove c'era una missione archeologica. La passione è nata sul campo. Due anni dopo ci sono tornata, questa volta nel grande sito di Qatna. Intanto avevo letto un mucchio di manuali e avevo scoperto figure di affascinanti viaggiatrici inglesi della fine dell'Ottocento o primo Novecento. Tell Mabruk, dove si svolge il mio romanzo, è del tutto immaginario, costruito con pezzi di siti archeologici veri, come un puzzle. E così i personaggi. Vero invece è il loro rapporto, il tipo di linguaggio che usano e le cognizioni scientifiche e tecniche».
"La rossa e il nero" (Mondadori, euro 15,20), titolo stendhaliano, ben cinque anni di cantiere, è una «commedia d'avventura», un divertissement in cui Carmen Covito, alla sua quarta prova di lungo respiro dopo l'esordio con "La bruttina stagionata", gioca ancora una volta a mescolare i linguaggi e a contaminare i generi: giallo sulla traccia di Agatha Christie, spy-story, amore, B-movie alla Casablanca, un pizzico di leggenda esotica alla Lawrence d'Arabia, un po' di Indiana Jones e qualche digressione saggistica. Fantasia e documentazione ferrea, il tutto nel segno dell'ironia. Protagonista è una trentenne di oggi, una adolescente protratta, una di quelle donne che, appunto perché «infantili», hanno vena inesauribile di curiosità. Cettina Schwarz, napoletana svizzera appena divorziata, capelli tinti di rosso per sbaglio con l'henné, è riuscita truffaldinamente ad intrufolarsi come fotografa nella prestigiosa spedizione archeologica dell'università di Parma a Tell Mabruk, Siria. Lì un'intera città del secondo millennio a.C. attende di essere riesumata prima che una diga di nuova costruzione sommerga le rovine nelle acque dell'Eufrate. In una camera dello storico Hotel Baron di Aleppo, ecco venirle sottomano una lettera, misteriosa, lasciata lì da una viaggiatrice inglese dei primi del Novecento. Nel frattempo Cettina scopre una grande attrazione per Ahmad, bellissimo e brunissimo condirettore siriano degli scavi.
Naturalmente questo è solo l'incipit di un romanzo da leggere d'un fiato. Lo stile è mosso e speziato nell'accumulo dei linguaggi, a completare il piacere del testo.
«L'archeologia - commenta la Covito - è in fondo una metafora per ripensare l'attualità. Perché ci obbliga a fare i conti con il passato, ad andare oltre i revisionismi. Lo scenario in cui si ambienta il romanzo è oggi una delle zone calde del mondo».
Nino Dolfo ( Bresciaoggi)

 

 

 


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