Presentazione

                                                        21 maggio 2009

                                                     Hotel Ambasciatori

                                                            Brescia                                   

 

 

                                                                                                                                                                   Salvatore   Scalia

 

                                                                                                       Fuori gioco. Vita bruciata di un calciatore di provincia.

                                                                                                          ( gli Specchi Marsilio 2009 )

                                                                                                                  di Salvatore Scalia

 

La vigilia

Novembre 1969

 

L’ incipit e’ il piu’  interno alla storia, e’ la rivelazione di un ineluttabile destino.

Il campo sportivo, pur esso generato dall’ Etna con la sua terra vulcanica, e’ il luogo che celebra la vitalita’ agonistica di Paolo Malerba e insieme affiora, come primo elemento simbolico-memoriale, vasto nell’orizzonte, l’Etna   in esplosione con le sue lingue di fuoco sospese nel nulla”.

Sembra rivelarsi la tecnica del narratore indiretto, si afferma invece una modalita’ narrativa felice ed avvincente: lo scoperchiamento della mente pluricamerale di Paolo, che contiene stazioni distinte, piccoli anfratti, angoli semibui in una catena orizzontale diacronica di immagini del paesaggio etneo, di luci e di ombre, di presenze umane – Ginu da villa e la Pippinetta – o della natura – il cavòlo e le sue creature - .

L’ esatta e precisa individuazione di ciascun essere nel labirinto cespuglioso –  vipere,  lucertole,  carcarazze,  conigli selvatici – rende vigorosamente creaturale ogni aspetto della natura attraverso la relazione con l’ uomo. Ma e’ sempre l’ordine concettuale che sorveglia la materia, e l’architettura compositiva e’ solida e attenta. Molti personaggi sono, nella esperienza di Paolo, intrecciati  nella deriva dei suoi pensieri. Tino – il padre – primo e non unico esempio ove s’impone nella presentazione del personaggio il carattere morale come prepotente necessita’ naturale della individualita’: occhi grigi da furetto, segno inequivocabile di spertezza, “lampo risolutivo con cui si aggira il destino e si fotte il prossimo”, Nunzio con la sua perspicacia molesta e la sua puntigliosa ricerca della strade piu’ recondite del piacere effimero, Maria con la sua acidita’ tormentosa e con “ l’occhio serpigno della monaca di casa”; Lucia – la madre – solerte e vigile ma inquieta, pronta allo scontro per l’assurda pressione di Tino su Paolo, personificazione matura della testimonianza matriarcale piu’ profonda e ancestrale  e il suo ritornello di totale amore materno “ nun cianciri ciatu, ciatuzzu miu” . Rosetta, un angelo di via  salvifica, le cui mani Paolo ha sfiorato nella notte di Natale,non indifferente, ma che gli sfuggira’ e si mutera’ in rimpianto nel di lui percorso verso la perdizione.

Seppure i dati esperienziali emergano primamente dallo spazio socio-affettivo piu’ prossimo – padre, madre, ambito familiare e delle prime amicizie – si agitano accanto ombre meno ritagliate, percio’ indecifrabili: gli ambienti della Libertas e dell’ Etna bar, le figure lontane eppure incombenti dell’ on. Drago, del barone, di padre Filippo. Sono ombre echeggianti sensazioni meta-reali per l’animo di Paolo proteso ad un solo scopo: la gloria sportiva. Le ultime pagine si estendono in una coralita’ polifonica con cerchi esistenziali piu’ ampi e minacciosi, si addensano attorno all’eta’ giovane, quali linee di forza allacciate che si muovono in direzioni contrarie e con tensioni opposte : la chiamata dell’Inter, l’incontro con Lina, l’ingresso nelle sue vicende di Lorenti e Corvaja. L’ anno 1969 vede nascere una vasta mobilitazione morale, politica e culturale per la societa’ italiana, ma il magma incandescente che vorrebbe scalfire e piegare la piattezza e la irresolutezza dell’ordine costituito, nelle plaghe meridionali da sempre oppresse da un universo costrittivo e malevolo, incontra muraglie piu’ solide e sordita’ ataviche al nascente criticismo dei movimenti di contestazione . In tale clima si scatena il gioco dei destini individuali, con profitti e perdite; sara’ cosi’ anche per Paolo Malerba che ha avvertito il sinistro presentimento del suo futuro, quando ha raccolto le ghiande “ cibo dei porci”.

 

 

Sull’Etna

Maggio 1989

 

La peripezia di Paolo sull’ Etna e’ un vagare furioso, e’ il tentativo di una ricomposizione e di un acquetamento del suo animo martoriato dalle pene: la perduta felicita’ del gioco ove pensiero e gesto premiavano il suo talento smarrita nella sua disgraziata avventura all’Inter, la confusione parapsichica generata da un demone crudele e ingannatore che l’ha spinto ad inseguire una femminilita’ perversa, l’amara rivelazione che la comunanza nasconde il tradimento e la perfidia e giunge a sancire una condanna estrema senza risarcimento con la conclusione e l’offesa della emarginazione. La natura, pur generata dal lavorio delle colate della lava, circonda superba “ la chioccia possente” e la stessa “fornace ardente”del vulcano, conserva pur sempre la sua intergrita’, conclama il suo dominio sul paesaggio, mentre Paolo non ha domato il fuoco che scorre nelle sue vene e non puo’ placarsi. La memoria preme con il suo peso e spinge verso una rievocazione febbrile di eventi ormai ossificati, senza linfa. Non c’e’ oblio possibile, il presente e’ sommerso dal passato senza rimedio e avanza una presenza mai conosciuta, una solitudine angosciosa agitata dalla perpetuita’ dei ricordi. La interazione tra presente e passato da’ vita a diversi nuclei narrativi. Prevale la paziente e faticosa rielaborazione della relazione tra Paolo e Lina, il cui racconto e’ sostenuto da tanti eventi nodali, scaglie multiple uscite dalla carne, tra desiderio e servilita’, tante piccole fessure sanguinanti che la memoria ostinatamente cerca di saldare. C’e’ una particolare delicatezza di Scalia, quasi una cautela, nel toccare una materia poetica poco agevole; ne e’ causa una vicenda in cui la fatica di adattarsi alla vita e’ mal riuscita, il percorso di adattamento non si e’ esaurito con la giovinezza, e’ andato oltre il tempo concesso, non si e’ realizzato, e non si e’ concluso neanche nell’eta’ matura. E’ stato stroncato in modo cruento e puo’ trovare la soluzione necessaria solo nel dramma. Fuori gioco non e’ quindi solo una trama realistica, e’ il racconto di una monogamia psichica psuedo-amorosa e ossessiva che distrugge il protagonista in una lenta e insanabile agonia. Questa vicenda vale anche quale perno narrativo su cui far ruotare con i personaggi di Corvaja (il marito di Lina) e di Lorenti (compagno furbo nella squadra della Libertas) il mondo degli affari e della illegalita’, la oscura trama con cui si alimenta la mafia – occasioni, uomini e metodi – per il consolidamento del suo potere. Questa rete con le sue azioni delittuose e’ capace di annientare le anime e di rinchiuderle nel proprio spazio totalitario e concentrazionario. Lo strumento fondamentale usato per l’annientamento e’ nella violenza morale esercitata dal potere acquisito, “ che sa fare oltre a dare calci a un pallone e a buttuniare” ,  cosi’ Lorenti liquida Paolo. Lo stesso atteggiamento assumera’ la signora Corvaja (Lina) davanti a Lucia supplicante. Ma la grande sottigliezza di Scalia evita di dare un’attribuzione finalistica al potere mafioso, vi e’ comunque un principio di responsabilita’ da indagare. La sensibilita’ in eccesso di Paolo Malerba ha piegato sempre la sua volonta’ che non ha mai trovato, nei diversi casi, una posizione di consapevolezza, egli non ha appreso che il valore dell’uomo puo’ offrire un nuovo equilibrio e un nuovo ordine tramite la scelta morale e cosi’ rapportare il proprio vivere, nonostante i patimenti, le delusioni e le offese, ad una possibile sopravvivenza.

 

Il diario

1974 – 2001

 

La vigilia e Sull’Etna sono due atti che scoprono un conflitto nato dalla sottomissione di Paolo e narrato dalla sua memoria monodialogante frammentaria e ostinata. Ne’ manca il terzo atto conclusivo che possa sciogliere il nodo inestricabile del destino tragico onde classicamente produrre una probabile e/o improbabile catarsi drammatica. In ragione di cio’, la necessita’ intrinsecamente narrativa, si arricchisce di una riscrittura della vicenda, senza l’intervento coscienziale del protagonista, che si sviluppa attraverso il diario di Silvio. In capo ad esso vi e’ un decalogo che contiene il codice impartitola Tino al figlio Paolo, il rovesciamento completo di qualsiasi principio consortile perche’ assume l’egotismo e la “spertezza” come habitus comportamentale soggettivo, mentre l’omerta’, il servilismo, la vilta’, l’ira, la deiezione, il sopruso e il disprezzo, sono i mezzi regolatori della vita sociale. Il diario e’ una cronaca documentaria, segue, a differenza degli atti precedenti, un profilo cronologico - evolutivo, coglie gli episodi nel loro oggettivo accadere, soprattutto nello spazio intrafamiliare. Poi il suo registro muta a partire dal ritorno di Paolo dalla peripezia sull’Etna e dal suo rientro “ inzuppato d’acqua fino alle ossa” .  Le annotazioni si infittiscono e hanno un unico soggetto: la condizione psichica di Paolo che non comunica piu’ con nessuno, ne’ con la mamma, ne’ con la sorella Pina. Le sue intemperanze e i suoi deliri sono il suo verbo, e’ registrato il suo poetare: versi o frammenti in prosa. Disincantate metafore e libere associazioni tra i due universi del possibile e del necessario, mulinano nella sua coscienza labile e ne fuoriescono veementemente: stralci di partite di calcio, figure irreali, impressioni ondivaghe, ma anche richiami alla colpa e alla espiazione, deliri ansiosi. Ricerca disperata di parole e di suoni che impegnano la sua riflessione, ma aprono un tale baratro di dolore da indurlo al rifiuto, alla negazione della banalita’ e del quotidiano, di tutto cio’ che noi chiamiamo vita. E’, Paolo Malerba, un anti-eroe, non puo’ piu’ godere di alcun riparo e si neghera’ definitivamente avendo cura di non tradire la sua tenera indole pronunciando la frase “ Eh, caro mio” che ripete ad ogni interlocutore che vuole risvegliare la sua curiosita’. Solo l’Etna lo riscuote con la sua eruzione, il magma ribollente li riunisce. E’ solo un attimo, una illusione da offrire ai suoi cari. In realta’ Paolo e’ altrove per sempre, non puo’ accettare progione o contenzione, e’ in fuga per il mondo. Come lo scrivano Bartleby di Melville che continua a ripetere il suo imperturbabile e glaciale “Preferirei di no “ ………….

 

 

                                                                                                                                                                                                                            Armando Leopaldo

 

                       21 maggio 2009